Paolo
Gorini
12
febbraio 2013
Università
di Bologna, Master in Comunicazione Storica
Genus
Bononiae, Il Museo della Città di
Bologna
Genus
Bononiae
è un percorso
culturale e artistico articolato in edifici nel centro storico di
Bologna, che descrive la città e soprattutto la sua evoluzione nel
tempo. L'itinerario ne racconta la storia, la vita quotidiana, le
tendenze artistiche e le idee.
Non si tratta semplicemente di un insieme di punti tra i quali
muoversi. Le strade, i portici e i vicoli sono parte di questo
sistema, così come le iniziative promosse dagli enti che hanno
attivato questa rete.
Tra
i punti focali si trovano residenze storiche e luoghi di culto, in
cui si alternano collezioni, esposizioni e librerie, oltre al Museo
della città di Bologna,
un
racconto,
che
va' in scena a Palazzo Pepoli Vecchio. Proprio l'adattamento del
palazzo ha costituito la prima e più consistente sfida. Il progetto
dell’architetto Mario Bellini lo ha trasformato in un museo globale
e interattivo di nuova concezione.
Fin dalle prime sale
appare evidente come il museo di Palazzo Pepoli sia finalizzato ad
essere vissuto in maniera differente da un'esposizione già dal punto
di vista architettonico. Furono studiate diverse strategie di
intervento. La corte centrale ha costituito l’aspetto
architettonico principale; questa si presenta sostanzialmente divisa
in due comparti sovrapposti, separati orizzontalmente da un
ballatoio. È stata quindi ideata una copertura particolare, in grado
di mettere in comunicazione tutti gli ambienti dell’edificio
storico. Si è immaginato un dispositivo
che consentisse la trasparenza assoluta, pur escludendo il ballatoio
e la porzione superiore della facciata della corte, estranea alla
vita del museo e dedicata invece alla didattica: insomma una sorta di
gigantesca camera oscura,
puntata verso il cielo.
Le
sale destinate a mostre temporanee sono state legate in maniera
organica in un percorso museale fruibile fluidamente, stringendo in
un nodo unitario i due temi architettonici, uniti dalla torre al
centro della corte che colpisce il visitatore.
Sulla
sommità della torre si trova inoltre struttura metallica che ha
reggere una serie di lastre di vetro appese a cavi di acciaio inox.
Questa struttura in vetro, simile ad una grande lanterna, individua
una sorta di ulteriore torre sospesa, sulla cui superficie è
prevista la possibilità di proiettare immagini.
Come
dicevo, già le prime sale propongono una struttura nuova, se non
inedita, che favorisce un approccio differente. Lo spazio del museo
potrebbe addirittura farsi luogo di ritrovo. Nel frattempo si fa
luogo di meraviglia, per la struttura sopra descritta. Si fa anche
luogo d'approccio al racconto nelle stanze circostanti: è una stanza
del tempo, vi si trova uno schema dei fusi orari, il calendario
Gregoriano, gli oroscopi e la meridiana di Cassini. Certo, Bologna è
una delle capitali mondiali della misura del Tempo, ma il
richiamo alla scuola elementare e al primo approccio alla storia mi è
sembrato netto: la linea del tempo, passato, presente e futuro.
In
precedenza ho parlato del racconto
della città
di Palazzo Pepoli; naturalmente l'appellativo corretto è Museo
della Storia di Bologna.
Il facile fraintendimento con cui un pubblico campione si approccia
alla parola Storia tuttavia mi spinge spesso a interpretarlo più
sotto questo punto di vista. Storia è studio, materia, noia,
passione, libri, date, nozionismo; un brainstorming
infinito. Il termine racconto,
invece, va' diritto dell'essenza di questa nuova concezione di museo
e allo stesso tempo si sposa meglio con il concetto di
democratizzazione della
cultura
che
si tende a ricercare nell'ultimo decennio.
Il Museo della Storia di Bologna racconta l’intero arco della
storia della città e dei suoi abitanti dagli Etruschi ad oggi. Sono
proposte una sequenza di nuclei espositivi costruiti intorno a
episodi chiave, personaggi simbolici, aneddoti e temi trasversali. La
presentazione di tali contenuti avviene mediante una combinazione di
oggetti, immagini, elementi multimediali.
Ciò che rende meglio fruibili alcuni di questi contenuti è la buona
relazione che in quasi tutte le sale si riesce a stabilire tra
l'oggetto esposto e lo spazio espositivo. Nella tredicesima sala
viene ricordato uno degli episodi più trionfali della storia della
città, che la rese nota anche oltre l'Europa. Il 24 febbraio del
1530 Clemente VII incoronò Carlo V. Ebbene il corteo che si reca a
San Petronio è disegnato su una sorta di schermo, che lascia ampi
spazi trasparenti, permettendo alle decorazioni del palazzo di
incorniciare naturalmente la scena. Forse dal punto di vista estetico
la scena non è facilmente apprezzabile, tuttavia ritengo che il
tentativo e soprattutto il connubio tra i due elementi sia alla base
sia della buona riuscita di un'esposizione realmente viva, sia
dell'accresciuto interesse da parte di visitatori di qualunque
estrazione culturale, soprattutto se è proposto con continuità. Già
nella corte infatti il richiamo alle torri è evidente dal passaggio
che porta alla scala per il primo piano dello spazio espositivo. Ho
apprezzato anche il passaggio attraverso la Battaglia di Fossalta,
che permette ai visitatori d'entrare nella scena dello scontro tra Re
Enzo e le truppe bolognesi. In questo caso ciò che ho più
apprezzato è il fronteggiarsi delle vetrine, che richiama in qualche
modo quello degli eserciti sul campo nei pressi di Modena.
Quella
di Fossalta è una sala molto adatte ai più piccoli, per la presenza
di manichini realistici e accattivanti, che difficilmente passano
inosservati a bambini e ragazzini. Ma non è l'unica. La zona del
Teatro Virtuale è davvero piacevole. Sia per la simpatia del
personaggio, Apa
l'etrusco,
sia per la semplicità e fruibilità delle animazioni, per l'abilità
a racchiudere tanti secoli di storia in pochi minuti, come è
d'altronde sottolineato nel video, sia, essendo molto più terra a
terra, per il breve riposo concesso alle gambe dei visitatori. Tra i
punti critici dell'esposizione infatti rimane la lunghezza della
visita e l'abbondanza dei contenuti che alcuni lamentano troppo
didascalici: “troppo da leggere, poco da vedere”, mi è parso di
sentire da alcuni visitatori durante la visita. Ad alcune sale molto
immediate cedono infatti il passo altre più statiche. Forse
riducendo il testo in italiano e dando spazio ad altre lingue, si
potrebbe risolvere un duplice problema: soddisfare maggiormente il
pubblico straniero e alleggerire quello italiano, che dopo alcune
decine di minuti inizia a smarrirsi e saltare di sala in sala,
perdendo alcuni ottimi stimoli, per stanchezza più che per noia.
Bella e innovativa anche la Città delle acque, anche se i tre
concetti non sono a mio avviso d'immediata comprensione. Naturalmente
i corsi d'acqua furono nei secoli scorsi la prima risorsa per il
trasporto ed il commercio. Tuttavia, da questa sala quest'aspetto non
traspare con chiarezza a colpo d'occhio.
La sala musica è stata senz'altro quella che più ho apprezzato. È
qui che ho maturato l'idea del perfetto connubio tra luogo ed
esposizione, probabilmente perché qui all'unione di questi due
elementi si aggiunge anche un suono delicato e perfetto per
l'ambiente. Non esagero dicendo che mi ha profondamente colpito il
senso di ordine espositivo e concettuale che la permeava. Forse
perché ho avuto la fortuna di visitare un museo semivuoto e di
entrarvi solo, ho avuto la sensazione di essere in contatto diretto
con il passato.
Infine, stanco per la visita, ho apprezzato la possibilità,
soprattutto nella sua modalità originale, di commentare brevemente
la mia esperienza, di fronte a una mappa della città ricoperta di
post-it, confrontando le mie opinioni con quelle degli altri
visitatori di ogni età, cultura e nazionalità. È stata senz'altro
un'esperienza positiva, per vivacità ed interattività, per la
piacevole sensazione che si ha quando si entra in contatto con
un'innovazione nel proprio campo di studi.
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